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| Cernia bruna, Maratea (PZ) |
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Visualizzazione post con etichetta Le mie mete. Mostra tutti i post
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mercoledì 21 dicembre 2016
Maratea mondo sommerso , 1° parte
Etichette:
Fotografie,
Le mie mete
Ubicazione:
85046 Maratea PZ, Italia
mercoledì 9 marzo 2016
Museo storico Alfa Romeo 4° parte
Ciao a tutti, in questo nuovo post legato al Museo Alfa Romeo, vorrei parlarvi di qualche vettura particolare e maggiormente significativa. L'ultima vettura descritta è stata la 164, che seppur non recentissima è comunque piuttosto vicina ai giorni nostri. Non parlerò quindi, almeno per ora di vetture come la 166, o la 147 che seppur importanti per la storia del marchio sono alla portata di tutti e molto comuni per parlarne in dettaglio. Tra l'altro auto come la 147 non erano neanche presenti al Museo e quindi mi limiterò a parlare delle vetture presenti come ho fatto fino a questo momento.
1900 C52 DISCO VOLANTE

Nel 1952 Gioacchino Colombo progettò una delle vetture più particolari mai create: la "Disco Volante". La base di partenza è la 1900 Sprint anche se numerose sono le modifiche, che spaziano dal telaio tubolare al motore 1997 bialbero completamente riprogettato. Tutta la carrozzeria verrà realizzata da Touring, che dona alla vettura una forma schiacciata e rotondeggiante al fine di migliorare l'aerodinamica in qualsiasi condizione d'utilizzo. Quindi parte della progettazione vede il suo sviluppo nella galleria del vento, che conferma le sensazioni positive che gli ingegneri. Ma non tutto rappresenta un vantaggio: la stessa carrozzeria infatti , così curata aerodinamicamente, sporgeva lateralmente oltre il limite del passaruota, aumentando notevolmente la larghezza della vettura. Così nel giro di un anno la carrozzeria venne rivista e nacque la Disco Volante "fianchi stretti". Nascerà anche una versione spider, tra questi esemplari due montavano il 6 cilindri da 230cv progettato da Busso, che aumentava il peso da 735 a 760 kg ma che migliorò notevolmente anche le prestazioni. I cavalli passano dai 158 originali a 230, e la velocità massima da 220 km/h a 240 km/h.
2000 SPORTIVA
La 2000 Sportiva si fa vedere per la prima volta nel 1954 e nasce come una coupè dalle prestazioni brillanti, utilizzabile anche nelle corse e di stretta derivazione dalla 1900. Dal 1954 al 1956 si parla di accantonare il progetto per i costi eccessivi, e al Salone di Torino fa la sua ultima apparizione. Il motore è il classico 1997 con 138cv che spingevano la Sportiva a 220 km/h anche grazie al peso contenuto di circa
900 kg. Tutti e quattro gli esemplari sono carrozzati Bertone, divisi in 2 spider e due coupè. L'idea di legare il suo nome alle corse e nello specifico ai gentlemen driver non ebbe successo.
GIULIA SPRINT GTA
Per ottenere l'omologazione alla categoria Turismo Gruppo 2 l'Alfa aveva bisogno di produrre almeno 500 esemplari della vettura stradale dalla quale deriverà quella da corsa. Nasce così la Giulia Sprint GTA dove A sta per alleggerita ed il processo coinvolge la sostituzione della carrozzeria in acciaio in una in Peraluman 25, cerchi in magnesio, ed eliminazione di superfici antirombo che fanno scendere il peso da 950 kg a circa 740 kg. Viene modificato anche il bialbero 1570 che adotta adesso delle candele di maggiore dimensione posizionate sui lati esterni del motore. La potenza raggiunge quindi i 115cv e la velocità massima sale oltre i 185 km/h. L'elaborazione per le corse porterà la potenza ad uno step successivo. L'Autodelta infatti farà crescere la potenza a 170cv, assicurando un grande successo in tutte le competizione alle quali la GTA parteciperà. Le caratteristiche della GTA da corsa non comprendono solo modifiche al motore ma anche una ulteriore riduzione di perso legata alla riduzione del paraurti, sostituiti dalle prese d'aria dinamiche.
CARABO

La Carabo vide luce dal telaio della 33 stradale, era una dream car da esposizione a tutti gli effetti. Disegnata da Gandini (Bertone), aveva porte ad apertura verticale, vetri con un particolare effetto a specchio e ed una linea cuneo che di li a poco avrebbe ispirato molti produttori di vetture sportive. La Carabo infatti fu una delle progenitrici della stupenda Lamborghini Countach. Il motore era un 1995 da 230cv V8 che spingeva la vettura ad appena 185 km/h.
33 STRADALE

Nel 1967 l'Alfa Romeo produsse uno dei modelli più belli e performanti di sempre: la 33 Stradale. Inizialmente la produzione prevedeva 50 esemplari (quindi una serie ultra limitata) ma alla fine furono prodotti solo 18 telai ed altrettante vetture. L'idea era quella di creare una vettura di serie identica o quasi alle versioni da competizione, e l'Alfa ci riuscì. Il design porta la firma di Franco Scaglione e del designer Marazzi costretti a seguire passo dopo passo la produzione a mano per scarsa preparazione della manodopera. Il passo del telaio della 33 Sport viene allungato di 10 cm, rinforzato e adattato alle dotazioni stradali. Anche il poderoso V8 venne lievemente depotenziato per renderlo più docile e gestibile su strada. La potenza raggiungeva comunque i 230 cv sufficienti per spingere i 700kg della 33 a 260 km/h. Venne prodotta dall'Autodelta, che prometteva la consegna della vettura dopo un mese dalla prenotazione al prezzo di 9.500.000 , prezzo elevatissimo all'epoca per una vettura. Solo 12 dei 18 esemplari vengono venduti a privati, i restanti 6 verranno utilizzati per le dream cars di Bertone, Pininfarina, ed Italdesign.
1900 C52 DISCO VOLANTE

Nel 1952 Gioacchino Colombo progettò una delle vetture più particolari mai create: la "Disco Volante". La base di partenza è la 1900 Sprint anche se numerose sono le modifiche, che spaziano dal telaio tubolare al motore 1997 bialbero completamente riprogettato. Tutta la carrozzeria verrà realizzata da Touring, che dona alla vettura una forma schiacciata e rotondeggiante al fine di migliorare l'aerodinamica in qualsiasi condizione d'utilizzo. Quindi parte della progettazione vede il suo sviluppo nella galleria del vento, che conferma le sensazioni positive che gli ingegneri. Ma non tutto rappresenta un vantaggio: la stessa carrozzeria infatti , così curata aerodinamicamente, sporgeva lateralmente oltre il limite del passaruota, aumentando notevolmente la larghezza della vettura. Così nel giro di un anno la carrozzeria venne rivista e nacque la Disco Volante "fianchi stretti". Nascerà anche una versione spider, tra questi esemplari due montavano il 6 cilindri da 230cv progettato da Busso, che aumentava il peso da 735 a 760 kg ma che migliorò notevolmente anche le prestazioni. I cavalli passano dai 158 originali a 230, e la velocità massima da 220 km/h a 240 km/h.
2000 SPORTIVA
900 kg. Tutti e quattro gli esemplari sono carrozzati Bertone, divisi in 2 spider e due coupè. L'idea di legare il suo nome alle corse e nello specifico ai gentlemen driver non ebbe successo.GIULIA SPRINT GTA
Per ottenere l'omologazione alla categoria Turismo Gruppo 2 l'Alfa aveva bisogno di produrre almeno 500 esemplari della vettura stradale dalla quale deriverà quella da corsa. Nasce così la Giulia Sprint GTA dove A sta per alleggerita ed il processo coinvolge la sostituzione della carrozzeria in acciaio in una in Peraluman 25, cerchi in magnesio, ed eliminazione di superfici antirombo che fanno scendere il peso da 950 kg a circa 740 kg. Viene modificato anche il bialbero 1570 che adotta adesso delle candele di maggiore dimensione posizionate sui lati esterni del motore. La potenza raggiunge quindi i 115cv e la velocità massima sale oltre i 185 km/h. L'elaborazione per le corse porterà la potenza ad uno step successivo. L'Autodelta infatti farà crescere la potenza a 170cv, assicurando un grande successo in tutte le competizione alle quali la GTA parteciperà. Le caratteristiche della GTA da corsa non comprendono solo modifiche al motore ma anche una ulteriore riduzione di perso legata alla riduzione del paraurti, sostituiti dalle prese d'aria dinamiche.CARABO

La Carabo vide luce dal telaio della 33 stradale, era una dream car da esposizione a tutti gli effetti. Disegnata da Gandini (Bertone), aveva porte ad apertura verticale, vetri con un particolare effetto a specchio e ed una linea cuneo che di li a poco avrebbe ispirato molti produttori di vetture sportive. La Carabo infatti fu una delle progenitrici della stupenda Lamborghini Countach. Il motore era un 1995 da 230cv V8 che spingeva la vettura ad appena 185 km/h.33 STRADALE

Nel 1967 l'Alfa Romeo produsse uno dei modelli più belli e performanti di sempre: la 33 Stradale. Inizialmente la produzione prevedeva 50 esemplari (quindi una serie ultra limitata) ma alla fine furono prodotti solo 18 telai ed altrettante vetture. L'idea era quella di creare una vettura di serie identica o quasi alle versioni da competizione, e l'Alfa ci riuscì. Il design porta la firma di Franco Scaglione e del designer Marazzi costretti a seguire passo dopo passo la produzione a mano per scarsa preparazione della manodopera. Il passo del telaio della 33 Sport viene allungato di 10 cm, rinforzato e adattato alle dotazioni stradali. Anche il poderoso V8 venne lievemente depotenziato per renderlo più docile e gestibile su strada. La potenza raggiungeva comunque i 230 cv sufficienti per spingere i 700kg della 33 a 260 km/h. Venne prodotta dall'Autodelta, che prometteva la consegna della vettura dopo un mese dalla prenotazione al prezzo di 9.500.000 , prezzo elevatissimo all'epoca per una vettura. Solo 12 dei 18 esemplari vengono venduti a privati, i restanti 6 verranno utilizzati per le dream cars di Bertone, Pininfarina, ed Italdesign. domenica 6 marzo 2016
Museo storico Alfa Romeo 3° parte.
ALFASUD



Nel 1967 l'Alfa Romeo pensò di costruire una vettura completamente nuova in un edificio appositamente creato, ovvero lo stabilimento di Pomigliano D'Arco. I requisiti principali erano quelli di creare un'automobile piccola ed economica senza rinunciare all'abitabilità ma soprattutto ai tipici stilemi Alfa Romeo. Bisognava quindi creare una vettura con prestazioni e stile all'altezza del marchio e il compito venne affidato a Domenico Chirico. Sotto il cofano venne installato un 4 cilindri boxer da 63 cv, che essendo poco ingombrante poteva tenere bassa la linea a favore dell'aerodinamica. Sospensioni e freni erano in linea con lo stile e la tipologia della vettura, montava infatti 4 freni a disco, sospensioni anteriori McPherson, e ponte rigido al posteriore. Anche dal punto di vista estetico gli ingegneri Alfa si affidano inizialmente alla Sirp e poi all'Italdesign che sforna una fastback, che si rivela sportiva e giovanile senza sacrificare il confort interno. Entrò in produzione nel 1971 con il 4 cilindri da 63 cavalli che spingeva la vettura a 152 km/h. Subì quasi subito dei miglioramenti, tant'è che nel 1974 vengono creati due nuovi allestimenti e una versione Giardinetta. Nel 1975 invece venne montato un cambio completamente nuovo a 5 rapporti. Alla nascita venne afflitta da molti problemi strutturali, tra cui la corrosione legata ad alcuni processi produttivi errati. I problemi vennero risolti in fretta, ma l'immagine della vettura ne uscì completamente compromessa, anche se i test dell'epoca dimostrano che era più veloce, parca e confortevole rispetto alla concorrenza. Nel 1973 al modello standard si affianca l'edizione TI, distinguibile a prima vista per la carrozzeria a sole 2 porte. Un'altra differenza riguardava i cerchi in lega e l'adozione di molti optional gratuiti che prima non erano inseriti nell'allestimento base. Anche il motore si rinnova e grazie ad un nuovo carburatore a doppio corpo si raggiungono 68cv e 161 km/h di velocità massima. Nel 1977 la TI acquista un nuovo propulsore 1.3 da 76 cv che la spinge fino a 169 km/h. Nel 1976 alla gamma si aggiunge una versione Sprint, esteticamente più aggressiva e molto simile nello stile alla famosa Alfetta GT. Il propulsore è il nuovo 1.3 , che nel 1978 lascia il posto ad un 1351cc da circa 79cv decisamente più potente ma anche ad un nuovo 1.5 da 84cv e 170 km/h di velocità massima. La novità più importante riguarda però il trattamento Zincrometal che risolse definitivamente i problemi di corrosione. Nel 1976 venne anche inaugurato uno specifico campionato , il Trofeo Alfasud, che promuoveva l'immagine sportiva del marchio e del modello. Inizialmente le gare si disputavano solo in Italia ed Austria con numerose Alfasud 1,3 TI , con motore 1.3 portato a quota 126cv (grazie ad una specifica alimentazione), e assetto ad hoc per le piste, ma poi il trofeo venne esteso anche in Francia e Germania. La totale produzione di Alfasud conta 121.434 esemplari.
ALFETTA

Nel 1972 Grignano venne presentato il nuovo lavoro di Satta e Busso, l'Alfetta, che segna una svolta dal punto di vista meccanico per l'adozione della disposizione transaxale, ovvero motore anteriore, ma componenti della trasmissione al posteriore. Al posteriore venne usato un particolare ponte di De Dion che insieme al bilanciamento dei pesi ottimale consentiva all'Alfetta di avere una tenuta perfetta senza rinunce al confort. Anche il motore contribuisce al piacere di guida. Il 1779 infatti da 122cv porta la vettura a 180 km/h. Gli interni seppur moderni subiranno un miglioramento due anni dopo insieme alla potenza ridotta del motore e alle dimensioni dello scudetto maggiorate. L'Alfetta diventa un riferimento nella categoria, venne utilizzata anche dalle Forze dell'Ordine e fino al 1994 rimase in produzione. Ne vennero creati diversi esemplari tra cui la 1.6, la 2.0, la GT, la GTV, e la Gr.2 con telaio rivisto e potenza portata a 255-260cv.
75


Per celebrare i 75 anni del marchio e per creare una degna erede della Giulietta, nel 1985 nasce l' Alfa Romeo 75, ricordata per essere l'ultima Alfa a trazione posteriore fino al 2016 (Giulia vi dice nulla?). Il Centro Stile Alfa Romeo diretto da Ermanno Cressoni disegna da zero la carrozzeria della vettura, caratterizzata dalla linea a cuneo ed il profilo basso sottolineato dal fascione nero lungo la carrozzeria. Il cx (0,38) non è dei migliori , ma il frontale molto basso e pronunciato verso l'asfalto contribuisce a non penalizzare le prestazioni. La base meccanica di partenza è sempre il transaxale dell' Alfetta, mentre al lancio sono disponibili il 1.6 110cv, il 1.8 120cv, il 2.0 128cv e il 2.0 turbodiesel da 95cv. Ma il fiore all'occhiello degli ingegneri Alfa è il 2.5i V6 da 156cv e 205km/h che equipaggerà la Quadrifoglio Verde. Oltre ai miglioramenti meccanici ed estetici, la QV necessiterà anche di una modifica al cofano, allargato e alzato per ospitare il possente 6 cilindri. Con questo modello l'Alfa inizia un minuzioso controllo qualità per non commettere gli errori che avevano affetto alcune vetture negli anni precedenti. Introdotto anche uno dei primi trip computer con dettagliate informazioni su consumo istantaneo e medio, velocità media, orologio, cronometro , autonomia e termometro. Verranno nel corso degli anni prodotte numerose versioni come la 75 turbo, la Turbo Evoluzione, la Gr.A, la 3.0i V6 America, la 2.0i Twin Spark, ed una 75 sw che però non entrò mai in produzione. Prestazione, vastità di modelli in gamma, cura al dettaglio e piacere di guida ne decretarono l'enorme successo.
164


Per tutti gli alfisti e gli appassionati del marchio in generale questo periodo dell'Alfa Romeo non è sicuramente il più roseo. Se da punto di vista economico la cessione alla Fiat rappresentava un'enorme opportunità, dal punto di vista meccanico ed emozionale era un grande passo indietro. Alfa Romeo infatti rinunciò ad uno dei suoi segni più distintivi : la trazione posteriore. Nel 1987 viene presentata a Francoforte la 164, con trazione anteriore e pianale sviluppato con Lancia, Saab e Fiat. Thema, Croma e 9000 condividono infatti il pianale con la 164 anche se quest'ultima ha notevoli differenze estetiche e meccaniche che la distinguono dalle altre, merito anche di Pininfarina. L'idea di creare un'ammiraglia girava nei corridoi Alfa fin dal 1940, ora finalmente questa idea prendeva vita, e Alfa non si fece cogliere impreparata in quanto numerosi erano i prototipi perfettamente funzionanti. Le differenze con le "sorelle" si fanno notare dal punto di vista meccanico per il raffinato McPherson anteriore (cx 0,30 molto basso) e per le sospensioni posteriori a bracci trasversali. I propulsori principali sono : il 2.0i Twin Spark, il 3.0 V6, ed il 2.5 turbodiesel di produzione completamente italiana (VM di Cento). I motori benzina derivavano dalla 75 e potevano contare su 145 cv (210 km/h) e 188cv (230 km/h), l'unità turbodiesel si fermava a 114 cv e 195 km/h. Il design è sicuramente uno dei motivi di maggiore successo, in quanto la linea sportiva ed elegante allo stesso tempo accontenta un pò tutti, anche i più perplessi. Il tutto senza dimenticare le ragguardevoli prestazioni decisamente migliori delle dirette concorrenti. Il modello 3.0i V6 che equipaggiava la Quadrifoglio Verde era quanto di più potente ed elastico esistesse in circolazione, copriva lo 0-100 in appena 7'7 secondi, e raggiungeva i 230 km/h. Tra i difetti più evidenti però si ricordano delle brusche reazioni di coppia sul volante che rendevano la macchina in accelerazione particolarmente ruvida. Nel 1990 il V6 subisce un'ulteriore evoluzione. Venne infatti portato a 197cv e 237 km/h di velocità massima, ma questa volta anche la tenuta venne migliorata con raffinate sospensioni a regolazione elettronica. Oltre alle versioni già citate fece scalpore il modello realizzato per il campionato Pro Car, la 164 Pro car, simile in tutto e per tutto alla 164 normale ma con un motore V10 (derivato dalla Formula 1) e un telaio Brabham assemblato con una struttura di alluminio e carbonio. Il resto della vettura si divide in due gusci, uno per il cofano anteriore ed uno la parte posteriore (portiere posteriori incluse). A Balocco con al volante il collaudatore Giorgio Francia copre il chilometro in 17'5 secondi, con velocità massima di 340 km/h. Il 9 Settembre a Monza Riccardo Patrese in un giro dimostrativo tocco i 330 km/h. Nonostante l'ottima pubblicità il campionato fu un insuccesso per mancanza di iscritti. Dopo molti modelli e nuovi motori nel 1993 arrivò anche una 164 Q4 cioè a trazione integrale con il 3.0i V6 della QV portato a 232cv. 0-100 coperto in meno di 7 secondi e velocità massima superiore ai 240 km/h. Confort e prestazioni erano d'eccellenza, ma il prezzo proibitivo, con un listino a dir poco stratosferico, circa 82 milioni di lire.



Nel 1967 l'Alfa Romeo pensò di costruire una vettura completamente nuova in un edificio appositamente creato, ovvero lo stabilimento di Pomigliano D'Arco. I requisiti principali erano quelli di creare un'automobile piccola ed economica senza rinunciare all'abitabilità ma soprattutto ai tipici stilemi Alfa Romeo. Bisognava quindi creare una vettura con prestazioni e stile all'altezza del marchio e il compito venne affidato a Domenico Chirico. Sotto il cofano venne installato un 4 cilindri boxer da 63 cv, che essendo poco ingombrante poteva tenere bassa la linea a favore dell'aerodinamica. Sospensioni e freni erano in linea con lo stile e la tipologia della vettura, montava infatti 4 freni a disco, sospensioni anteriori McPherson, e ponte rigido al posteriore. Anche dal punto di vista estetico gli ingegneri Alfa si affidano inizialmente alla Sirp e poi all'Italdesign che sforna una fastback, che si rivela sportiva e giovanile senza sacrificare il confort interno. Entrò in produzione nel 1971 con il 4 cilindri da 63 cavalli che spingeva la vettura a 152 km/h. Subì quasi subito dei miglioramenti, tant'è che nel 1974 vengono creati due nuovi allestimenti e una versione Giardinetta. Nel 1975 invece venne montato un cambio completamente nuovo a 5 rapporti. Alla nascita venne afflitta da molti problemi strutturali, tra cui la corrosione legata ad alcuni processi produttivi errati. I problemi vennero risolti in fretta, ma l'immagine della vettura ne uscì completamente compromessa, anche se i test dell'epoca dimostrano che era più veloce, parca e confortevole rispetto alla concorrenza. Nel 1973 al modello standard si affianca l'edizione TI, distinguibile a prima vista per la carrozzeria a sole 2 porte. Un'altra differenza riguardava i cerchi in lega e l'adozione di molti optional gratuiti che prima non erano inseriti nell'allestimento base. Anche il motore si rinnova e grazie ad un nuovo carburatore a doppio corpo si raggiungono 68cv e 161 km/h di velocità massima. Nel 1977 la TI acquista un nuovo propulsore 1.3 da 76 cv che la spinge fino a 169 km/h. Nel 1976 alla gamma si aggiunge una versione Sprint, esteticamente più aggressiva e molto simile nello stile alla famosa Alfetta GT. Il propulsore è il nuovo 1.3 , che nel 1978 lascia il posto ad un 1351cc da circa 79cv decisamente più potente ma anche ad un nuovo 1.5 da 84cv e 170 km/h di velocità massima. La novità più importante riguarda però il trattamento Zincrometal che risolse definitivamente i problemi di corrosione. Nel 1976 venne anche inaugurato uno specifico campionato , il Trofeo Alfasud, che promuoveva l'immagine sportiva del marchio e del modello. Inizialmente le gare si disputavano solo in Italia ed Austria con numerose Alfasud 1,3 TI , con motore 1.3 portato a quota 126cv (grazie ad una specifica alimentazione), e assetto ad hoc per le piste, ma poi il trofeo venne esteso anche in Francia e Germania. La totale produzione di Alfasud conta 121.434 esemplari.
ALFETTA

Nel 1972 Grignano venne presentato il nuovo lavoro di Satta e Busso, l'Alfetta, che segna una svolta dal punto di vista meccanico per l'adozione della disposizione transaxale, ovvero motore anteriore, ma componenti della trasmissione al posteriore. Al posteriore venne usato un particolare ponte di De Dion che insieme al bilanciamento dei pesi ottimale consentiva all'Alfetta di avere una tenuta perfetta senza rinunce al confort. Anche il motore contribuisce al piacere di guida. Il 1779 infatti da 122cv porta la vettura a 180 km/h. Gli interni seppur moderni subiranno un miglioramento due anni dopo insieme alla potenza ridotta del motore e alle dimensioni dello scudetto maggiorate. L'Alfetta diventa un riferimento nella categoria, venne utilizzata anche dalle Forze dell'Ordine e fino al 1994 rimase in produzione. Ne vennero creati diversi esemplari tra cui la 1.6, la 2.0, la GT, la GTV, e la Gr.2 con telaio rivisto e potenza portata a 255-260cv.
75


Per celebrare i 75 anni del marchio e per creare una degna erede della Giulietta, nel 1985 nasce l' Alfa Romeo 75, ricordata per essere l'ultima Alfa a trazione posteriore fino al 2016 (Giulia vi dice nulla?). Il Centro Stile Alfa Romeo diretto da Ermanno Cressoni disegna da zero la carrozzeria della vettura, caratterizzata dalla linea a cuneo ed il profilo basso sottolineato dal fascione nero lungo la carrozzeria. Il cx (0,38) non è dei migliori , ma il frontale molto basso e pronunciato verso l'asfalto contribuisce a non penalizzare le prestazioni. La base meccanica di partenza è sempre il transaxale dell' Alfetta, mentre al lancio sono disponibili il 1.6 110cv, il 1.8 120cv, il 2.0 128cv e il 2.0 turbodiesel da 95cv. Ma il fiore all'occhiello degli ingegneri Alfa è il 2.5i V6 da 156cv e 205km/h che equipaggerà la Quadrifoglio Verde. Oltre ai miglioramenti meccanici ed estetici, la QV necessiterà anche di una modifica al cofano, allargato e alzato per ospitare il possente 6 cilindri. Con questo modello l'Alfa inizia un minuzioso controllo qualità per non commettere gli errori che avevano affetto alcune vetture negli anni precedenti. Introdotto anche uno dei primi trip computer con dettagliate informazioni su consumo istantaneo e medio, velocità media, orologio, cronometro , autonomia e termometro. Verranno nel corso degli anni prodotte numerose versioni come la 75 turbo, la Turbo Evoluzione, la Gr.A, la 3.0i V6 America, la 2.0i Twin Spark, ed una 75 sw che però non entrò mai in produzione. Prestazione, vastità di modelli in gamma, cura al dettaglio e piacere di guida ne decretarono l'enorme successo.
164


Per tutti gli alfisti e gli appassionati del marchio in generale questo periodo dell'Alfa Romeo non è sicuramente il più roseo. Se da punto di vista economico la cessione alla Fiat rappresentava un'enorme opportunità, dal punto di vista meccanico ed emozionale era un grande passo indietro. Alfa Romeo infatti rinunciò ad uno dei suoi segni più distintivi : la trazione posteriore. Nel 1987 viene presentata a Francoforte la 164, con trazione anteriore e pianale sviluppato con Lancia, Saab e Fiat. Thema, Croma e 9000 condividono infatti il pianale con la 164 anche se quest'ultima ha notevoli differenze estetiche e meccaniche che la distinguono dalle altre, merito anche di Pininfarina. L'idea di creare un'ammiraglia girava nei corridoi Alfa fin dal 1940, ora finalmente questa idea prendeva vita, e Alfa non si fece cogliere impreparata in quanto numerosi erano i prototipi perfettamente funzionanti. Le differenze con le "sorelle" si fanno notare dal punto di vista meccanico per il raffinato McPherson anteriore (cx 0,30 molto basso) e per le sospensioni posteriori a bracci trasversali. I propulsori principali sono : il 2.0i Twin Spark, il 3.0 V6, ed il 2.5 turbodiesel di produzione completamente italiana (VM di Cento). I motori benzina derivavano dalla 75 e potevano contare su 145 cv (210 km/h) e 188cv (230 km/h), l'unità turbodiesel si fermava a 114 cv e 195 km/h. Il design è sicuramente uno dei motivi di maggiore successo, in quanto la linea sportiva ed elegante allo stesso tempo accontenta un pò tutti, anche i più perplessi. Il tutto senza dimenticare le ragguardevoli prestazioni decisamente migliori delle dirette concorrenti. Il modello 3.0i V6 che equipaggiava la Quadrifoglio Verde era quanto di più potente ed elastico esistesse in circolazione, copriva lo 0-100 in appena 7'7 secondi, e raggiungeva i 230 km/h. Tra i difetti più evidenti però si ricordano delle brusche reazioni di coppia sul volante che rendevano la macchina in accelerazione particolarmente ruvida. Nel 1990 il V6 subisce un'ulteriore evoluzione. Venne infatti portato a 197cv e 237 km/h di velocità massima, ma questa volta anche la tenuta venne migliorata con raffinate sospensioni a regolazione elettronica. Oltre alle versioni già citate fece scalpore il modello realizzato per il campionato Pro Car, la 164 Pro car, simile in tutto e per tutto alla 164 normale ma con un motore V10 (derivato dalla Formula 1) e un telaio Brabham assemblato con una struttura di alluminio e carbonio. Il resto della vettura si divide in due gusci, uno per il cofano anteriore ed uno la parte posteriore (portiere posteriori incluse). A Balocco con al volante il collaudatore Giorgio Francia copre il chilometro in 17'5 secondi, con velocità massima di 340 km/h. Il 9 Settembre a Monza Riccardo Patrese in un giro dimostrativo tocco i 330 km/h. Nonostante l'ottima pubblicità il campionato fu un insuccesso per mancanza di iscritti. Dopo molti modelli e nuovi motori nel 1993 arrivò anche una 164 Q4 cioè a trazione integrale con il 3.0i V6 della QV portato a 232cv. 0-100 coperto in meno di 7 secondi e velocità massima superiore ai 240 km/h. Confort e prestazioni erano d'eccellenza, ma il prezzo proibitivo, con un listino a dir poco stratosferico, circa 82 milioni di lire.
sabato 5 marzo 2016
Museo Storico Alfa Romeo. 2^ parte
Ciao a tutti dopo aver parlato della prima parte è il momento di aggiungere la seconda. Se fino a questo momento le vetture descritte risultano lontane dal nostro presente (e anche dalla nostra moderna concezione di automobili) ora ci avviciniamo a vetture che hanno fatto la storia del marchio anche per i più "giovani". Buona lettura..
GIULIETTA
Dopo la presentazione della versione Sprint (ovvero la coupè del 1954), nel 1955 finalmente vede la luce la Giulietta berlina, definita da tutti la "fidanzata d'Italia". La sua produzione non fu semplice, non poche furono le difficoltà che gli addetti ai lavori dovettero affrontare, ma al momento della presentazione al Salone di Torino del 1955 dubbi e preoccupazioni passarono definitivamente in secondo piano. Le varie versioni raggiunsero i 177513 esemplari. L'impostazione meccanica estremamente simile alla 1900 con il quattro cilindri bialbero e il raffinato sistema sospensioni le garantiscono ottime prestazioni, introducendo nella sua categoria di vetture delle prestazioni fino ad allora sconosciute. I 53 cv del 1290cc raggiungono quota 62cv nel 1961, il che si traduce in un ulteriore incremento delle prestazioni. La versione TI, che identificava la versione più potente, prese parte con successo a numerose gare in salita e rally. Si distingueva dagli altri esemplari per le modifiche estetiche e i miglioramenti al motore. Dopo alcuni restyling (il più importante nel 1961) usci di scena nel 1963. Curiosità del nome Giulietta : la "leggenda " narra che durante il Salone di Parigi del 1950 (anno della presentazione della 1900) una delegazione di 8 dirigenti Alfa Romeo si riunì in un noto locale parigino, assistendo loro "malgrado" all'esibizione poetica ma soprattutto scherzosa di un poeta burlesco russo, che indirizzo nei loro confronti la frase : "vedo otto Romeo, ma neanche una Giulietta". Anni dopo, quando si ritrovarono a scegliere il nome per la nuova vettura, si ricordarono di quell'episodio e decisero di chiamare Giulietta la futura Alfa.
2600 SPRINT
Nel 1962 la matita di Giorgio Giugiaro sforna la 2600 Sprint, che anticipa il futuro design del marchio. Il motore è il classico 6 cilindri utilizzato anche negli anni precedenti, ma con tre carb
uratori a doppio corpo ed una potenza di 145 cv. Inizialmente il modello prevedeva un cambio a 5 marce e i freni solo all'anteriore, ma successivamente vennero montati su tutte e quattro le ruote. Le dimensioni generose lascerebbero pensare ad una vettura piuttosto impacciata ma in realtà l'esperienza maturata dall'Alfa Romeo nelle corse le aveva permesso di creare una vettura con un'ottima messa a punto. Purtroppo però proprio le dimensioni ne impedirono il successo nelle competizioni, in quanto la vettura era più votata al granturismo che alla prestazione in se per se. Grande però fu il successo che riscosse come "pantera" delle Forze dell'Ordine, grazie alle brillanti prestazione e all'abitacolo comodo e spazioso.
GIULIA
Nel 1962 con il compito di sostituire l'ormai datata Giulietta, venne presentata la Giulia. Dal punto di vista meccanico si rivelò subito all'avanguardia con un 4 cilindri di stampo aeronautico (1570), le sospensioni molto sportive con lo schema a quadrilateri sovrapposti, e un impianto frenante che vede inizialmente dei tamburi in alluminio e successivamente 4 freni a disco. Anche dal punto di vista estetico al Giulia si rivelava molto sportiva, accattivante ma anche efficiente. La sua progettazione infatti faceva
spesso "visita" alla galleria del vento, al fine di ottenere un cx particolarmente basso, intorno ai 0,34. Raggiungeva una velocità non lontana dai 180 km/h risultando così la più veloce della sua categoria. Molte furono le versioni che videro la luce nel corso degli anni, la 1300, la 1600, la GTA Scalino, la Super e Nuova Super, senza dimenticare le immancabili versioni delle Forze dell'ordine, presenti anche in numerose pellicole dell'epoca.
MONTREAL



Presentata per la prima volta all'Expo Canada, la Montreal riscuote immediatamente un grande successo nel pubblico e nella critica a tal punto da spingere l'Alfa Romeo a produrre subito la vettura disegnata da Bertone. Inizialmente l'intenzione degli ingegneri era quella di dotare ma Montreal di un motore quattro cilindri bialbero, ma fin da subito decidono per incompatibilità di orientarsi verso un più potente e performante V8 da 2593cc e 200cv, dotato di una raffinatissima iniezione meccanica, motore che si rivelerà molto elastico e straordinariamente piacevole da guidare in ogni condizione. Il telaio ricalca fedelmente quello della Giulia con mirate accortezze che ne rendono l'assetto più rigido, e i freni più potenti. Un altro problema però si frappose tra la messa in commercio e la presentazione in quanto non era disponibile in casa nessun cambio che si sposasse pienamente con lo spirito e le prestazioni della vettura. Il problema venne risolto montando un cambio ZF a 5 rapporti, robusto e performante. La linea esterna era impreziosita notevolmente dal rigonfiamento sul cofano che simulava una presa d'aria, e dalle originalissime palpebre sui fari anteriori, che grazie ad un meccanismo pneumatico possono ritrarsi a richiesta. Qualche anno dopo la commercializzazione (1970) ovvero nel 1972, l'anteriore venne impreziosito da uno spoiler con funzione sia estetica che dinamica.Nonostante le ottime prestazioni confermate dai 220 km/h di velocità massima, la Montreal non ebbe una grande carriera nella corse. Ne furono prodotti circa 3925 esemplari, ancora oggi rimane una delle Alfa più belle di tutti i tempi e vi assicuro che dal vivo è a dir poco mozzafiato.
A presto per la terza parte :).....
GIULIETTA
Dopo la presentazione della versione Sprint (ovvero la coupè del 1954), nel 1955 finalmente vede la luce la Giulietta berlina, definita da tutti la "fidanzata d'Italia". La sua produzione non fu semplice, non poche furono le difficoltà che gli addetti ai lavori dovettero affrontare, ma al momento della presentazione al Salone di Torino del 1955 dubbi e preoccupazioni passarono definitivamente in secondo piano. Le varie versioni raggiunsero i 177513 esemplari. L'impostazione meccanica estremamente simile alla 1900 con il quattro cilindri bialbero e il raffinato sistema sospensioni le garantiscono ottime prestazioni, introducendo nella sua categoria di vetture delle prestazioni fino ad allora sconosciute. I 53 cv del 1290cc raggiungono quota 62cv nel 1961, il che si traduce in un ulteriore incremento delle prestazioni. La versione TI, che identificava la versione più potente, prese parte con successo a numerose gare in salita e rally. Si distingueva dagli altri esemplari per le modifiche estetiche e i miglioramenti al motore. Dopo alcuni restyling (il più importante nel 1961) usci di scena nel 1963. Curiosità del nome Giulietta : la "leggenda " narra che durante il Salone di Parigi del 1950 (anno della presentazione della 1900) una delegazione di 8 dirigenti Alfa Romeo si riunì in un noto locale parigino, assistendo loro "malgrado" all'esibizione poetica ma soprattutto scherzosa di un poeta burlesco russo, che indirizzo nei loro confronti la frase : "vedo otto Romeo, ma neanche una Giulietta". Anni dopo, quando si ritrovarono a scegliere il nome per la nuova vettura, si ricordarono di quell'episodio e decisero di chiamare Giulietta la futura Alfa.
2600 SPRINT
Nel 1962 la matita di Giorgio Giugiaro sforna la 2600 Sprint, che anticipa il futuro design del marchio. Il motore è il classico 6 cilindri utilizzato anche negli anni precedenti, ma con tre carb
uratori a doppio corpo ed una potenza di 145 cv. Inizialmente il modello prevedeva un cambio a 5 marce e i freni solo all'anteriore, ma successivamente vennero montati su tutte e quattro le ruote. Le dimensioni generose lascerebbero pensare ad una vettura piuttosto impacciata ma in realtà l'esperienza maturata dall'Alfa Romeo nelle corse le aveva permesso di creare una vettura con un'ottima messa a punto. Purtroppo però proprio le dimensioni ne impedirono il successo nelle competizioni, in quanto la vettura era più votata al granturismo che alla prestazione in se per se. Grande però fu il successo che riscosse come "pantera" delle Forze dell'Ordine, grazie alle brillanti prestazione e all'abitacolo comodo e spazioso.GIULIA
Nel 1962 con il compito di sostituire l'ormai datata Giulietta, venne presentata la Giulia. Dal punto di vista meccanico si rivelò subito all'avanguardia con un 4 cilindri di stampo aeronautico (1570), le sospensioni molto sportive con lo schema a quadrilateri sovrapposti, e un impianto frenante che vede inizialmente dei tamburi in alluminio e successivamente 4 freni a disco. Anche dal punto di vista estetico al Giulia si rivelava molto sportiva, accattivante ma anche efficiente. La sua progettazione infatti faceva
spesso "visita" alla galleria del vento, al fine di ottenere un cx particolarmente basso, intorno ai 0,34. Raggiungeva una velocità non lontana dai 180 km/h risultando così la più veloce della sua categoria. Molte furono le versioni che videro la luce nel corso degli anni, la 1300, la 1600, la GTA Scalino, la Super e Nuova Super, senza dimenticare le immancabili versioni delle Forze dell'ordine, presenti anche in numerose pellicole dell'epoca. MONTREAL



Presentata per la prima volta all'Expo Canada, la Montreal riscuote immediatamente un grande successo nel pubblico e nella critica a tal punto da spingere l'Alfa Romeo a produrre subito la vettura disegnata da Bertone. Inizialmente l'intenzione degli ingegneri era quella di dotare ma Montreal di un motore quattro cilindri bialbero, ma fin da subito decidono per incompatibilità di orientarsi verso un più potente e performante V8 da 2593cc e 200cv, dotato di una raffinatissima iniezione meccanica, motore che si rivelerà molto elastico e straordinariamente piacevole da guidare in ogni condizione. Il telaio ricalca fedelmente quello della Giulia con mirate accortezze che ne rendono l'assetto più rigido, e i freni più potenti. Un altro problema però si frappose tra la messa in commercio e la presentazione in quanto non era disponibile in casa nessun cambio che si sposasse pienamente con lo spirito e le prestazioni della vettura. Il problema venne risolto montando un cambio ZF a 5 rapporti, robusto e performante. La linea esterna era impreziosita notevolmente dal rigonfiamento sul cofano che simulava una presa d'aria, e dalle originalissime palpebre sui fari anteriori, che grazie ad un meccanismo pneumatico possono ritrarsi a richiesta. Qualche anno dopo la commercializzazione (1970) ovvero nel 1972, l'anteriore venne impreziosito da uno spoiler con funzione sia estetica che dinamica.Nonostante le ottime prestazioni confermate dai 220 km/h di velocità massima, la Montreal non ebbe una grande carriera nella corse. Ne furono prodotti circa 3925 esemplari, ancora oggi rimane una delle Alfa più belle di tutti i tempi e vi assicuro che dal vivo è a dir poco mozzafiato.
A presto per la terza parte :).....
giovedì 3 marzo 2016
Museo Storico Alfa Romeo, un viaggio nel passato e nel presente.
29 Febbraio, ore 12:00. Solitamente non porto particolare attenzione verso le date o gli orari, ma questa volta complice anche l'anno bisestile, non posso fare a meno di ricordare. Oggi, dopo averci rinunciato un'infinità di volte, finalmente visiterò il Museo Storico Alfa Romeo. Fuori piove, e come spesso accade ultimamente, il grigio non ne vuole sapere di cedere il posto ad un po' di azzurro. Sono ancora nel traffico, ma mai come questa volta ne pioggia ne traffico possono intaccare il mio umore. I tergicristalli oscillano veloci, ma non a tal punto da tenere il ritmo dei miei pensieri. Pregusto già quante meraviglie su quattro ruote avrò modo di vedere oggi, ma non potevo di certo immaginare che a prescindere dalla loro bellezza, qualcos'altro avrebbe attirato la mia attenzione come mai era successo prima. Per ogni vero appassionato di automobili l'atmosfera che si respira qui dentro è un qualcosa alla quale non ci si abitua mai. Ha tutto un fascino diverso da quello che la vettura in se per se suscita in chi la osserva o la guida quotidianamente. Sarò esagerato, ma per me, già l'ingresso è qualcosa di esaltante. Prima ancora di fare il biglietto infatti, ad accogliermi c'è una splendida 4c spider di colore bianco, che in tutta la sua sportività si "pavoneggia" rotando sulla sua piattaforma. Parlerò di lei più tardi. In questo post infatti vorrei in parte riassumere la storia delle vetture presenti al Museo. Naturalmente sarebbe difficile parlare di tutte nello specifico, quindi ho selezionato quelle che secondo me sono le più rappresentative del mondo Alfa Romeo dal 1910 ad oggi. Ma prima di iniziare vi allego il link del video postato su YouTube, così, contemporaneamente alla lettura, se volete, potete in prima persona fare un tour all'interno del Museo così come ho fatto io. Dal punto di vista strutturale ed organizzativo il museo è fantastico, s'intraprende un viaggio cronologico dagli albori del marchio e si conclude nel presente visitando lo showroom. Il tutto snodato su diversi piani, che a seconda del contesto si dimostrano interessanti e variegati, con precisi richiami al presente e al passato, e descrizioni accurate per ogni modello. Non manca inoltre un alto tasso di tecnologia, dal cinema 4D, all'esperienza virtuale con l'Oculus Rift che ci proietta sul sedile passeggero di una 4c spider guidata in pista a Balocco. Ma veniamo alle autovetture.
ALFA ROMEO 24 HP

La prima dell'esposizione è anche la prima nata del marchio del biscione. All'epoca l'Alfa Romeo si chiamava Anonima Lombarda Fabbrica Automobili, e la prima vettura del piccolo gruppo milanese fu proprio la 24HP, presentata il 1° Gennaio 1910. In un momento storico in cui molte della auto presenti erano quasi delle carrozze a motore, l'Alfa aveva creato una delle vetture con un sistema di trasmissione estremamente raffinato, con cambio a quattro marce più retromarcia collegato alle ruote tramite un particolare albero di trasmissione. Fu progettata da Ugo Stella e Giuseppe Merosi, e fu la prima vettura con il marchio ALFA su radiatore. Ne vennero costruiti più o meno 200 esemplari fino al 1913, alcuni dei quali destinati all'esercito italiano (1° Guerra Mondiale), quando Nicola Romeo decise di sospendere la produzione e destinare gli impianti ad altri scopi. Dal punto di vista meccanico la 24 Hp aveva un motore in ghisa da 4084 cc, 42 cv e raggiungeva i 100km/h di velocità massima. La versione "Corsa" ( aperta e con solo due posti) era notevolmente alleggerita, circa 865kg invece dei quasi 1000 kg della versione standard. Ha partecipato a numerose competizioni, la più rappresentativa fu la Targa Florio 6° edizione del 1911 che non vide nessuna delle due Alfa sul podio ( Franchini - Ronzoni) , ma verrà ricordata per il miglior tempo sul giro fatto segnare dal pilota Franchini con al suo fianco come meccanico Campari.
ALFA ROMEO 15 HP
Contemporaneamente alla commercializzazione della 24HP, dalla mano di Morosi, nacque la sua sorella minore, la 15HP, in commercio dal 1911 al 1915 in tre serie differenti. Rispetto alla sorella maggiore il telaio venne alleggerito e accorciato, al fine di creare un modello differente da inserire in una gamma composta da due sole vetture. Meccanicamente sono molte le differenze. Il motore ha una cilindrata di 2413cc, circa la metà di quello della 24HP, e la trasmissione con solo 3 marce e una frizione a cono. Il modello nacque inizialmente con il nome di 12 HP (22 cv), nel 1912 venne rinominata 15HP con 25 cv , cambio a 4 marce, frizione multidisco, e freno sulla trasmissione. Nel 1915 vide la luce la versione definitiva, la 15-20 HP con circa 28cv, frizione a disco singolo, carreggiate allargate ed una velocità massima di 100 km/h. Vennero prodotte circa 330 vetture, al prezzo di 9500 lire.
ALFA ROMEO 6C 1750 GRAN SPORT


Prodotta dal 1930 al 1931 (ma in soli 6 esemplari), è la sostituta della 6C Super Sport , dalla quale differisce in quanto adotta un nuovo compressore e un carburatore a doppio corpo. La potenza viene portata da 85cv a 102cv, con un notevole incremento delle prestazioni che raggiungono adesso i 170km/h. Fa il suo debutto ufficiale alla Mille Miglia del 1930, dove sbaraglia la concorrenza piazzandosi ai primi quattro posti con le quattro vetture affidate a Nuvolari, Varzi, Campari e Ghersi. Questa edizione della Mille Miglia è ricordata dagli appassionati per il sorpasso a fari spenti di Nuvolari a Varzi, poi smentito dal copilota di Nuvolari. Sta di fatto che ancora una volta Alfa Romeo conferma la sua superiorità nelle competizioni, cosa che farà della 6C 1750 GS una vera icona. Il sei cilindri 1750 disegnato da Jano rimarrà impresso nel cuore degli alfisti, e recentemente è stata riproposta la stessa cilindrata per i motori più performanti montati su Giulietta Quadrifoglio Verde (da pochi giorni rinominata Veloce) e su 4C.
6C 2300 B
La 6c 2300B nacque nel 1935 grazie a Vittorio Jano, e rispecchia il periodo storico italiano fatto di povertà dovuta alle sanzioni imposte dopo la guerra in Etiopia, essendo sobria ed economica se paragonata alla serie precedente. Fu costruita in collaborazione con la Carrozzeria Castagna, che le ha donato un design esterno particolarmente accattivante. Sospensioni indipendenti, anteriori con bracci trasversali e posteriori a ponte pendolare ,ammortizzatori idraulici e sistema frenante con sistema idraulico ne fanno una delle vettura più innovative dell'epoca. Nelle diverse versioni la potenza è passata da 68 cv a circa 95 cv. Nonostante tutte le buone premesse, non ebbe mai un grande successo, ma fortunatamente Alfa Romeo ricevette un grande aiuto dal Governo italiano , che ne acquistò un consistente lotto come vettura di rappresentanza.
6C 2500 FRECCIA D'ORO


Lo stabilimento Alfa riprende faticosamente la produzione dopo i bombardamenti che lo avevano parzialmente distrutto, così nel 1947 nacque la 6C 2500 , che eredita molti dei componenti della 6c del 1939. Entrambe molto simili, si differenziano per la calandra a trilobo, e lo scudetto leggermente ridisegnato, con una forma più sottile. Ne fa una versione Cabriolet ed una berlina anche Pininfarina, e nel 1947 nasce la definitiva Freccia d'oro derivata dalla Sport. La potenza raggiunge 90 cv nel 1947 (155 km/h) e 93 cv nel 1949 con molte migliorie estetiche. Lo scudetto diventerà l'indiscusso simbolo distintivo del marchio. Ne furono prodotte circa 680 esemplari fino al 1949.
1900

La 1900 è considerata la vera pietra miliare del marchio milanese, è la prima vera produzione di massa, che non dimentica l'identità sportiva dell'Alfa Romeo. Scocca autoportante e motore quattro cilindri bialbero ne fanno fin dalla sua progettazione nel 1948 una vettura anticonformista, tant'è che inizialmente si guadagnò le critiche del pubblico per aver abbandonato i sei cilindri. Le prestazioni sono di rilievo per una berlina, con 90cv scaricati sulle ruote posteriore, che spingono la 1900 a 150 km/h in tutta sicurezza, , merito anche del reparto sospensioni curato dall'ingegnere Giuseppe Busso. Da questa prima versione ne seguirono alcune "speciali" come la Disco Volante, la Ghia (sviluppata con la consulenza di Carlo Abarth), la Sprint SS e la Coupè SS. La 1900 venne anche utilizzata come "volante" della Polizia guadagnandosi il nome Pantera per via del muso che ricordava quello del famoso felino.
Ne furono prodotte circa 400 per la Polizia, con accortezze quali: doppio parabrezza antisfondamento, faro esterno orientabile, tettuccio apribile con feritoia posteriore che consentiva di sparare mantenendo la posizione eretta, motore blindato, gomme rinforzate, e ricevitore radio per rendere più agevoli le comunicazioni. Per quanto riguarda la versione Sprint, le più grandi differenze riguardano l'accorciamento del passo, le modifiche al reparto motore che passa in prima fase a 100cv e poi a 115 cv con prestazioni
notevolmente migliorate (180 km/h) e l'adozione di un nuovo cambio a 5 marce. Tra le versioni più importanti compare la Zagato , che metteva in mostra la sua aggressività senza nascondere le particolari soluzioni aereodinamiche. Tra le versioni normali e le edizioni particolari ne vennero prodotte 17243 dal 1950.
TO BE CONTINUED ......................
ALFA ROMEO 24 HP

La prima dell'esposizione è anche la prima nata del marchio del biscione. All'epoca l'Alfa Romeo si chiamava Anonima Lombarda Fabbrica Automobili, e la prima vettura del piccolo gruppo milanese fu proprio la 24HP, presentata il 1° Gennaio 1910. In un momento storico in cui molte della auto presenti erano quasi delle carrozze a motore, l'Alfa aveva creato una delle vetture con un sistema di trasmissione estremamente raffinato, con cambio a quattro marce più retromarcia collegato alle ruote tramite un particolare albero di trasmissione. Fu progettata da Ugo Stella e Giuseppe Merosi, e fu la prima vettura con il marchio ALFA su radiatore. Ne vennero costruiti più o meno 200 esemplari fino al 1913, alcuni dei quali destinati all'esercito italiano (1° Guerra Mondiale), quando Nicola Romeo decise di sospendere la produzione e destinare gli impianti ad altri scopi. Dal punto di vista meccanico la 24 Hp aveva un motore in ghisa da 4084 cc, 42 cv e raggiungeva i 100km/h di velocità massima. La versione "Corsa" ( aperta e con solo due posti) era notevolmente alleggerita, circa 865kg invece dei quasi 1000 kg della versione standard. Ha partecipato a numerose competizioni, la più rappresentativa fu la Targa Florio 6° edizione del 1911 che non vide nessuna delle due Alfa sul podio ( Franchini - Ronzoni) , ma verrà ricordata per il miglior tempo sul giro fatto segnare dal pilota Franchini con al suo fianco come meccanico Campari.ALFA ROMEO 15 HP
Contemporaneamente alla commercializzazione della 24HP, dalla mano di Morosi, nacque la sua sorella minore, la 15HP, in commercio dal 1911 al 1915 in tre serie differenti. Rispetto alla sorella maggiore il telaio venne alleggerito e accorciato, al fine di creare un modello differente da inserire in una gamma composta da due sole vetture. Meccanicamente sono molte le differenze. Il motore ha una cilindrata di 2413cc, circa la metà di quello della 24HP, e la trasmissione con solo 3 marce e una frizione a cono. Il modello nacque inizialmente con il nome di 12 HP (22 cv), nel 1912 venne rinominata 15HP con 25 cv , cambio a 4 marce, frizione multidisco, e freno sulla trasmissione. Nel 1915 vide la luce la versione definitiva, la 15-20 HP con circa 28cv, frizione a disco singolo, carreggiate allargate ed una velocità massima di 100 km/h. Vennero prodotte circa 330 vetture, al prezzo di 9500 lire.
ALFA ROMEO 6C 1750 GRAN SPORT


Prodotta dal 1930 al 1931 (ma in soli 6 esemplari), è la sostituta della 6C Super Sport , dalla quale differisce in quanto adotta un nuovo compressore e un carburatore a doppio corpo. La potenza viene portata da 85cv a 102cv, con un notevole incremento delle prestazioni che raggiungono adesso i 170km/h. Fa il suo debutto ufficiale alla Mille Miglia del 1930, dove sbaraglia la concorrenza piazzandosi ai primi quattro posti con le quattro vetture affidate a Nuvolari, Varzi, Campari e Ghersi. Questa edizione della Mille Miglia è ricordata dagli appassionati per il sorpasso a fari spenti di Nuvolari a Varzi, poi smentito dal copilota di Nuvolari. Sta di fatto che ancora una volta Alfa Romeo conferma la sua superiorità nelle competizioni, cosa che farà della 6C 1750 GS una vera icona. Il sei cilindri 1750 disegnato da Jano rimarrà impresso nel cuore degli alfisti, e recentemente è stata riproposta la stessa cilindrata per i motori più performanti montati su Giulietta Quadrifoglio Verde (da pochi giorni rinominata Veloce) e su 4C.6C 2300 B
La 6c 2300B nacque nel 1935 grazie a Vittorio Jano, e rispecchia il periodo storico italiano fatto di povertà dovuta alle sanzioni imposte dopo la guerra in Etiopia, essendo sobria ed economica se paragonata alla serie precedente. Fu costruita in collaborazione con la Carrozzeria Castagna, che le ha donato un design esterno particolarmente accattivante. Sospensioni indipendenti, anteriori con bracci trasversali e posteriori a ponte pendolare ,ammortizzatori idraulici e sistema frenante con sistema idraulico ne fanno una delle vettura più innovative dell'epoca. Nelle diverse versioni la potenza è passata da 68 cv a circa 95 cv. Nonostante tutte le buone premesse, non ebbe mai un grande successo, ma fortunatamente Alfa Romeo ricevette un grande aiuto dal Governo italiano , che ne acquistò un consistente lotto come vettura di rappresentanza.6C 2500 FRECCIA D'ORO


Lo stabilimento Alfa riprende faticosamente la produzione dopo i bombardamenti che lo avevano parzialmente distrutto, così nel 1947 nacque la 6C 2500 , che eredita molti dei componenti della 6c del 1939. Entrambe molto simili, si differenziano per la calandra a trilobo, e lo scudetto leggermente ridisegnato, con una forma più sottile. Ne fa una versione Cabriolet ed una berlina anche Pininfarina, e nel 1947 nasce la definitiva Freccia d'oro derivata dalla Sport. La potenza raggiunge 90 cv nel 1947 (155 km/h) e 93 cv nel 1949 con molte migliorie estetiche. Lo scudetto diventerà l'indiscusso simbolo distintivo del marchio. Ne furono prodotte circa 680 esemplari fino al 1949.1900

La 1900 è considerata la vera pietra miliare del marchio milanese, è la prima vera produzione di massa, che non dimentica l'identità sportiva dell'Alfa Romeo. Scocca autoportante e motore quattro cilindri bialbero ne fanno fin dalla sua progettazione nel 1948 una vettura anticonformista, tant'è che inizialmente si guadagnò le critiche del pubblico per aver abbandonato i sei cilindri. Le prestazioni sono di rilievo per una berlina, con 90cv scaricati sulle ruote posteriore, che spingono la 1900 a 150 km/h in tutta sicurezza, , merito anche del reparto sospensioni curato dall'ingegnere Giuseppe Busso. Da questa prima versione ne seguirono alcune "speciali" come la Disco Volante, la Ghia (sviluppata con la consulenza di Carlo Abarth), la Sprint SS e la Coupè SS. La 1900 venne anche utilizzata come "volante" della Polizia guadagnandosi il nome Pantera per via del muso che ricordava quello del famoso felino.
Ne furono prodotte circa 400 per la Polizia, con accortezze quali: doppio parabrezza antisfondamento, faro esterno orientabile, tettuccio apribile con feritoia posteriore che consentiva di sparare mantenendo la posizione eretta, motore blindato, gomme rinforzate, e ricevitore radio per rendere più agevoli le comunicazioni. Per quanto riguarda la versione Sprint, le più grandi differenze riguardano l'accorciamento del passo, le modifiche al reparto motore che passa in prima fase a 100cv e poi a 115 cv con prestazioni
notevolmente migliorate (180 km/h) e l'adozione di un nuovo cambio a 5 marce. Tra le versioni più importanti compare la Zagato , che metteva in mostra la sua aggressività senza nascondere le particolari soluzioni aereodinamiche. Tra le versioni normali e le edizioni particolari ne vennero prodotte 17243 dal 1950. TO BE CONTINUED ......................
mercoledì 23 dicembre 2015
Oasi di Sant'Alessio: natura a due passi dalla città
Da amante della natura e appassionato di fotografia, non potevo non parlare dell'oasi di Sant'Alessio, che a pochi chilometri da Pavia offre scenari suggestivi anche per i palati più fini. Quindi quale foto (da me scattata) se non quella dei fenicotteri rosa , poteva aprire al meglio questo mio post? All'oasi ne troverete molti, con colori che spaziano dal rosa più accesso e sgargiante, a quello meno invadente e delicato che quasi definirei sbiadito. Ma ci terrei a procedere con ordine al fine di raccontarvi l'oasi quasi come se il mio post fosse un tour fotografico e non. L'oasi si trova nel paese di Sant'Alessio con Vialone a pochi chilometri da Pavia, raggiungibile dalla strada Vigentina, ma a patto di avere un navigatore a disposizione in quanto le indicazioni sono poche e non particolarmente precise. Se poi, alla scarsa segnaletica si aggiunge la nebbia che spesso affligge la zona, raggiungere l'oasi senza aiuti per chi non è del posto diventa piuttosto complicato. Ma proprio questa nebbia che in molti altri contesti riterrei spiacevole e malinconica, all'interno dell'oasi crea un'atmosfera molto suggestiva, quasi ovattata, che contribuisce a rendere quasi magica la visita. Arrivati nei pressi dell'oasi consiglio a tutti di alzare lo sguardo verso il campanile che si trova difronte all'ingresso, dove spesso nidificano grande uccelli migratori. Non vorrei sbagliarmi, ma a quanto ne so da qualche anno a fare da padrona è una famiglia (forse coppia) di aironi. Dopo il primo avvistamento "gratuito" si entra nell'oasi vera e propria. L'ingresso è molto particolare, un castello del 1400, che fa da filtro tra la civiltà e la natura. In una delle camere di passaggio del castello c'è un sorta di biglietteria. Il prezzo per visitare l'oasi è di 13 euro, cifra che include anche l'iscrizione alla società Pavese di ornitologia. Il sito comunque è molto dettagliato a tal proposito. Voglio però fare una piccola precisazione sul sito internet dell'oasi, che per quanto impeccabile sotto quasi tutti i punti di vista, è però ingannevole riguardo alla descrizione attuale dell'oasi stessa. Un piccolo esempio riguarda il percorso farfalle e colibrì, che per 2 volte su 4 ho trovato quasi completamente in disuso e trasandato, ma di questo ne parlerò dopo. Superata la biglietteria, si percorre la prima parte dell'oasi che già ci proietta nel verde più assoluto. La prima volta che sono stato qui, è stato difficile trattenere l'entusiasmo nel vedere scoiattoli e conigli passeggiare al mio fianco come se per loro fosse la cosa più naturale del mondo. Seguendo il sentiero incontriamo specifiche aree dedicate a diversi animali. Molte purtroppo non sono in buone condizioni ma quelle "abitate" sembrano messe piuttosto bene, o meglio, riproducono come possono l'ambiente selvaggio, naturale ed incontaminato. I più presenti sono naturalmente gli uccelli, dai fenicotteri agli aironi, dai cigni ai cavalieri d'Italia, ma anche la fauna d'acqua dolce e terrestre non manca. Capita spesso d'incontrare qualche castoro o nutria, e le lontre sono sempre presenti, sia in un'apposita vasca dedicata, che in una tana visibile attraverso una vetrina in quanto situata lungo il percorso. Non mancano trote, lucci, tartarughe ed è presente anche qualche felino: il gatto selvatico (sempre addormentato durante le mie visite) e il bellissimo Ocelot che al contrario è sempre molto attivo. Proprio quest'ultimo mi mette un pò di tristezza in quanto ha degli evidenti atteggiamenti stereotipati, derivati dalla sua posizione di animale in cattività. L'oasi ha numerosi rettili anche di una certa entità come i caimani, camaleonti, iguane e insetti all'interno della area tropicale. Proprio a cavallo tra il percorso esterno e quello tropicale dovrebbero trovarsi le farfalle che vi ho accennato prima. La mia prima visita all'oasi rimane tutt'ora la migliore. La cura per piante e animali era ai massimi livelli, ma purtroppo nelle visite successive la magia non si è ripetuta. Proprio questa parte con le farfalle a vista è quella che ne ha risentito maggiormente. La prima volta mi sono soffermato molto alla ricerca della foto perfetta, e quando credevo di averla scattata, una nuova farfalla si poggiava dolcemente nei paraggi e inevitabilmente dovevo ricominciare tutto da capo. Ora invece di farfalle neanche l'ombra e la zona viene attraversata da molti come una banale area di passaggio; dove prima i fiori spuntavano arroganti dal terreno, adesso rimane solo erba, per di più molto lunga e senza nessuna manutenzione. In realtà l'apparenza deludente nasconde un piccolo grande personaggio dell'oasi stessa: un colibrì dal piumaggio molto particolare. Se non fosse per lui, non mi sarei soffermato neanche un secondo, ma il semplice fatto che svolazzi dolcemente a pochi centimetri dai visitatori è fonte di curiosità ed entusiasmo. Detto questo, a mio avviso l'oasi ha bisogno di una piccola rimodernata, non solo per i visitatori ma soprattutto per gli animali che sicuramente potrebbero beneficiarne. Per me è ancora un posto estremamente valido per passare del tempo soli o in compagnia, magari con qualche amico fotografo con cui condividere un po' di passione, o passeggiare romanticamente con una persona speciale. Io, nonostante un pò di rabbia per il prezzo e le condizioni attuali, ci ritornerò volentieri perché momentaneamente non conosco un altro posto che offre così tanto birdwatching con questa facilità. Detto questo, vi rimando alle foto che posterò a breve nella sezione "fotografie" e al video che caricherò su Youtube (ermanno ceccherini) dove spero a mio modo di farvi fare una visita guidata dell'oasi... Saluti a tutti.. a presto...
martedì 8 dicembre 2015
Osservatorio Eco-Faunistico Aprica (2° parte): Il paradiso che non ti aspetti.
Dopo aver postato le foto ieri (qui foto osservatorio), ed avervi già anticipato la mia visita all'osservatorio, ci tengo a raccontarvi un po' di più su questo posto che si è rivelato tanto stupefacente quanto inaspettato. Prima della descrizione vera e propria ci tengo però a parlarvi della trafila che precede la visita. Non essendo una struttura alla portata di tutti la visita si svolge esclusivamente su prenotazione che nel mio caso è avvenuta direttamente al centro informazioni di Aprica. So però che online su siti dedicati è possibile prenotarsi diversamente. Il biglietto ha un costo di 13€, ed include anche la salita in seggiovia dal piazzale Palabione ovvero il punto di ritrovo. Naturalmente qui la mia storia subisce delle piccole ma rilevanti deviazioni rispetto alla normale tabella di marcia. Vi ricordate la mia influenza? Ecco, proprio lei, mi ha impedito per una serie di mirabolanti situazioni (in primis raccolta di farmaci, inalatori ma soprattutto fazzoletti) di essere puntuale nel piazzale alle 8.45. Così seppur in ritardo di 5 minuti ho perso quello che pensavo essere l'unico "treno" a mia disposizione per visitare l'Osservatorio. Iniziavo già a pensare che l'influenza tentava di pareggiare i conti che fino a quel momento mi vedevano in vantaggio, ma in cuor mio sapevo che potevo e dovevo organizzarmi meglio quella mattina. Fortunatamente non tutto sembra perduto: nel piazzale non sono l'unico ritardatario e presto si crea un piccolo gruppo di ansiosi (quasi) visitatori intenti a trovare quanto prima una soluzione. Soluzione che arriva quasi subito e ci vede frettolosamente salire in massa sulla seggiovia direzione osservatorio. Una volta arrivati quasi in cima l'aria si fa pungente e il freddo timido del "centro città" lascia il posto a quello intenso e penetrante dell'alta montagna. Pensavo fosse un'idea comune vederla così, ma appena si aprono completamente le porte della seggiovia scorgo alla mia sinistra una mano protesa nei miei confronti. Subito noto l'assenza dei guanti (che io ritenevo indispensabili), ma a stupirmi ulteriormente è l'abbigliamento, del ragazzo sorridente che si presenta come una delle nostre guide : pantaloni che oserei definire quasi normali e una maglia di pile. Mi piace pensare che la vista può trarre in inganno ed immaginare le altre due o tre maglie sotto quella principale, altrimenti non riuscirei a spiegarmi tanta disinvoltura e tranquillità a questa temperatura. Oltrepassato lo stupore iniziale dovuto al paesaggio con neve solo in prossimità delle piste e il resto completamente all'asciutto, ci incamminiamo verso il primo step dell'osservatorio, su una stradina che alterna tratti di terriccio alla neve ghiacciata. Dopo qualche minuto scorgo nelle vicinanze una rete di delimitazione e qualche metro più avanti una recinzione piuttosto robusta. Devo essere sincero, inizialmente ho avuto qualche emozione contrastante, stiamo comunque parlando di animali in cattività quindi per chi ama e rispetta gli animali e la natura in generale i primi pensieri in circostanze simili non sono mai del tutto sereni e piacevoli, ma neanche il tempo di trarre le mie conclusioni che puntuale arriva la spiegazione del dott. Bernardo Pedroni. Questa parte dell'Osservatorio infatti è quella dedicata all'orso bruno, che ha a sua disposizione molti ettari per muoversi liberamente o quasi. Tanto per essere chiari, il suo territorio comprende un laghetto e zone boschive con diverse inclinazioni. Apprendiamo inoltre che anche stambecchi e caprioli godono di uno spazio particolarmente grande, circa 1 volta e mezza più dell'orso. Se non erro l'Osservatorio si estende per circa 20 ettari, che sembrerebbero più che sufficienti per accogliere al meglio questi animali, ma voglio prima vederli di persona per esserne convinto. Anzi, dopo aver appreso di che dimensioni stiamo parlando, mi viene anche il dubbio che in questo tripudio di verde, con molta probabilità potrei rimanere a bocca asciutta e non vedere proprio nulla, cosa che mi dispiacerebbe parecchio non solo emotivamente ma anche fisicamente considerando il peso dello zainetto, stracolmo di ogni cosa (utile e inutile), che grava sulle mie spalle. E dispiacerebbe non poco anche alla mia macchina fotografia, sempre pronta ad immortalare qualcosa di interessante. Finora oltre al paesaggio, non ho fotografato niente degno di nota e la cosa non mi piace affatto. Comunque con l'ombra dei primi dubbi continuo la discesa lungo il sentiero: inutile dire che lo scenario circostante è comunque molto piacevole, nonché rilassante, ma proprio questo relax temporaneo potrebbe distogliere l'attenzione dalle insidie che neve e ghiaccio mi riservano lungo il cammino. E, proprio mentre mi stavo abituando al trekking leggero, la guida attira la mia attenzione e quella degli altri visitatori indicandoci una sorta di terrazza dalla quale è visibile l'orso proprio sotto di noi. Ora, non so voi, ma io un orso bruno di 2 o 300 chili, nel suo habitat naturale, con tanto di ruscello e laghetto , non penso di averlo visto altre volte. Sono emozionato e curioso allo stesso tempo, voglio subito avvicinarmi e vedere il bestione. E' splendido, sembra anche in ottima forma, e complice una stagione non particolarmente fredda, è ancora piuttosto sveglio e vigile al punto di prendere al volo una delle 100 mele (si avete letto bene , 100!!) che mangia quotidianamente. Gesto atletico che però non gli vale nessun premio, anzi, il poverino , tale è stata la voracità si è anche ingozzato. La mela gli è decisamente andata di traverso, ma fortunatamente dopo qualche suono gutturale poco incoraggiante sembra stare meglio e riprende a mangiare le altre mele nei dintorni senza troppa fatica. Il suo nome è Orfeo anche se originariamente ci chiamava Ciko, ed è l'acronimo di Osservatorio eco faunistico Orobie anche se momentaneamente ignoro il significato della R. Dopo aver rubato qualche scatto ad Orfeo e aver imparato qualche nuova informazione su di lui che non sto a spiattellarvi qui, proseguiamo verso l'area riservata ai rapaci notturni e diurni. Premetto che la mia scarsa puntualità "stagionale " mi impedisce di godere appieno di questa parte dell'Osservatorio in quanto molti dei rapaci sono stati trasferiti altrove, e li riporteranno in questo sito solo in primavera-estate. Ciò nonostante, i pochi presenti sono comunque di rappresentanza, soprattutto il gufo che seppur notevolmente più piccolo dell'orso non scherzava affatto in quanto a dimensioni. Anche stavolta le spiegazioni sono state impeccabili, le foto un po' meno (i rapaci sono naturalmente legati) ma mi accontenterò. Abbandonati i rapaci l'Osservatorio ci offre una terrazza dalla vista spettacolare , quasi a strapiombo, che oltre a mostrarci Aprica dall'alto, ci da la possibilità di osservare nella sua completezza il territorio. Le descrizioni, gli aggettivi, e qualsiasi altra cosa sarebbero banali e renderebbero poca giustizia a ciò che sto vedendo. Non posso che rimandarvi nuovamente alle foto, ma anche quelle trasmettono solo una piccola parte di ciò che si prova qui. Non posso che invitarvi a venire qui personalmente. Poi , complice magari una bella giornata non potete non gradire tutto quello che vi circonda. Difficile proseguire, ma la visita è ancora lunga e ricca di sorprese. Con passo veloce ma attento ci dirigiamo verso quella che ai miei occhi sembra una piccola baita di legno con un cancello alla sua destra e recinzioni tutte intorno. Inizia il percorso all'interno dell'Osservatorio stesso, laddove il rapporto uomo, natura, animale assume dei delineamenti non molto precisi ma dal risvolto sicuramente piacevole. Non mi aspetto di vedere animali a perdita d'occhio fin dall'entrata eppure complice qualche cereale gli stambecchi non si fanno pregare e arrivano numerosi. L'atmosfera che si respira mi riporta alle favole ascoltate più di un decennio fa quando prima di cadere in un sonno profondo mi lasciavo cullare dalle parole delicate e piene di dolcezza pronunciate dai miei due narratori improvvisati preferiti, i miei genitori. Forse le emozioni che provo sono spropositate ma a pochi metri da me, senza nessuna barriera artificiale, una famiglia numerosa di stambecchi si avvicina con estrema naturalezza. Vorrei allungare la mano e accarezzarli ma potrei rompere l'incantesimo in quanto tollerano la presenza umana ma non il contatto fisico. Il capo famiglia è naturalmente l'esemplare più grande, le sue corna in un primo momento affascinano e attirano l'attenzione di tutti i presenti, ma riflettendoci bene trasmettono un grande senso di maestosità e rispetto. Differentemente da altri animali, il capo famiglia concede agli esemplari maschi più giovani di vivere nel branco, quindi non di rado si avvistano altri esemplari di dimensioni notevoli. La sensazione di vivere in un mondo fiabesco si intensifica quando a pochi passi dall'entrata facendo una piccola svolta a sinistra, s'incontra un laghetto, che sarebbe già sufficientemente affascinante così com'è, ma in questo periodo è parzialmente ghiacciato, e crea dei giochi di luce e dei riflessi molto particolari. Inoltre la zona da cui sgorga l'acqua è ghiacciata in modo irregolare e quindi in alcuni punti si vede scorrere dentro al ghiaccio circostante, in altri esternamente. Insomma un posto davvero suggestivo. Continuando lungo un sentiero , la distanza dalla civiltà sembra aumentare passo dopo passo. Il terriccio battuto lascia spazio ad un tappeto di aghi di larice che riempie il paesaggio circostante, senza guida sarebbe difficile orientarsi, eppure la natura trasmette qui come in pochi altri posti la sensazione di essere perfettamente al posto giusto. La pace, la tranquillità ed il silenzio sono difficilmente riscontrabili altrove, potrei persino giurare di sentire il rumore degli aghi di larice che cadono sul terreno producendo una sinfonia che contribuisce ad intensificare le sensazioni precedenti. E' un suono difficile da descrivere, ma avete presente il suono che la neve produce quando si deposita al suolo? I due suoni sono molto simili, ma lo scenario incredibilmente diverso. Il "rumore" del silenzio è così imponente che si sentono in lontananza i movimenti degli animali, il loro correre veloci attraverso la fitta vegetazione. In questo paradiso dei sensi solo una cosa potrebbe produrre una nota stonata tra mille sinfonie perfette: la mia influenza. Ed infatti di li a poco parte una raffica di starnuti che inesorabilmente s'infrange nel sottobosco autunnale, accompagnata dal mio sonoro soffiarmi il naso. E' un modo durissimo ma altrettanto efficace di tornare alla realtà, devo abbassare momentaneamente il livello dell'entusiasmo, ed alzare quello di farmaci e pasticche. Nonostante tutto non voglio concedere nessun pareggio all'influenza e continuo imperterrito le mie attività. Il freddo man mano che si cammina passa in secondo piano per un po' gli stambecchi ci fanno compagnia, poi preferiscono non uscire dai loro confini e dopo un po' ci ritroviamo soli. L'osservatorio ospita anche picchi, volpi e cince ma forse il freddo, forse l'orario o qualche altra centinaia di fattori ci impediscono di avvistarli. Nessuno però di questi fattori può impedirci di scorgere ,dopo pochi metri, delle piccole corna fare capolino dietro un tronco di larice. Non so di cosa si tratta, ad essere sincero non sono un esperto di specie animali e quindi molti potrei facilmente confonderli anche vedendoli interamente, figuriamoci poi se questi sono semi nascosti con solo le corna in vista. Ci avviciniamo lentamente cercando di fare meno rumore possibile: gli aghi morbidi semplificano la nostra impresa, non oso immaginare ad un occhio distante quanto possono sembrare buffe 10 persone in "modalità stealth" mentre si avvicinano ad un albero. Fatto sta che in pochi secondi che sembrano un'eternità percorriamo pochissimi metri, ma fortunatamente a toglierci dall'imbarazzo ci pensa proprio il nostro nuovo avvistamento, che incuriosito si avvicina seppur con aria circospetta. Le guide ci suggeriscono di rimanere in silenzio per poterlo vedere da vicino. Si tratta di un esemplare femmina di camoscio, uno dei più veloci corridori del bosco: agile, leggero, e tonico, un mix perfetto di eleganza e velocità. Vederlo in movimento magari mentre scende un lieve crinale a tutta
velocità è una delle fortune della visita di oggi: infatti non appena ci avviciniamo ad una mangiatoia al termine del percorso, le guide le riempiono di fieno, e in men che non si dica ci raggiungono 5 o 6 esemplari. Alcuni sono decisamente piccoli, anche se hanno già tra i 2 e i 3 anni. Non esistono infatti esemplari più giovani in quanto l'unico esemplare maschio è deceduto da 1 anno, e di conseguenza addio nuove nascite. La cosa potrebbe inizialmente sembrare triste, ma per i camosci di sesso femminile è estremamente salutare nonché motivo di maggiore socialità con altri esemplari. Infatti non dovendo allattare ne prendersi cura dei piccoli trascorrono l'inverno con molta più tranquillità. La guida , nonché gestore ci spiega che non prenderà un nuovo maschio privandolo della libertà, ma che volentieri ne accoglierà uno malato o ferito e quindi non reintegrabile in natura. Lo trovo molto onesto e ammirevole. Sono attraversato da mille pensieri, affascinato da questo mondo che mi era completamente sconosciuto. Mentre scatto le ultime foto ripenso alle indecisioni del giorno prima e basta poco per convincermi che ho fatto un'ottima scelta. I camosci sono davanti a me, posano per le mie foto come se qualcuno li avesse addestrati a farlo, ogni tanto si spaventano ma tornano rapidamente in posizione. Metto a fuoco, scatto, e cosi per almeno 5 minuti. So che l'opportunità è unica e non voglio lasciarmela sfuggire. Mi piace pensare che a loro piaccia essere immortalati ma so bene che se non fossi dietro la mangiatoia probabilmente ne vedrei uno solo con il binocolo. Ultima foto, adesso bisogna andare. La guida ci indica l'uscita, e ci chiede di gridare "ciao " tutti insieme. Classico conto alla rovescia e CIAO.. I camosci scappano a gran velocità risalendo il crinale che poco prima avevano disceso in pochi secondi. La vista non coglie più nulla, l'udito pochi dettagli lontani e sommessi. Il bosco ora è meno speciale, meno magico ma so bene quale spettacolo può riservare ai suoi ammiratori. Vado via con un carico di emozioni che pesa più dello zaino, ma trasmette leggerezza e tranquillità. Vado via promettendo a me stesso di ritornare in estate per rimmergermi in questo oceano di meraviglie. Consiglio a tutti questa esperienza, bambini, ragazzi, adulti , insomma chiunque può farlo. Inoltre il dott. Bernardo e Lorenzo sono un valore aggiunto all'Osservatorio in quanto disponibili, preparatissimi ma soprattutto veri appassionati e amanti di ciò che fanno. A loro va un grande applauso, e tanti grazie. Questo osservatorio deve essere un esempio per qualsiasi struttura che ospita animali, rispetto, cura e assenza di atteggiamenti stereotipati azzerano le perplessità anche del più critico. Qui gli animali stanno davvero bene. Mi sento di darvi un consiglio: in questo periodo (dicembre) indumenti invernali decisamente pesanti, guanti cappello e soprattutto scarpe adatte. Il percorso non è molto complicato ma come detto in precedenza , ha qualche insidia. Consiglio scarpe da trekking piuttosto alte ma essendone io per primo sprovvisto ho indossato degli stivaletti non particolarmente rigidi ma comodi e con un bel carrarmato ma in alternativa delle comode scarpe da ginnastica comunque alte penso vadano bene. Chiusi i cancelli dell'Osservatorio mi aspetta il ritorno alla civiltà , ma non prima di aver disceso la montagna , precedentemente percorsa in seggiovia , ora rigorosamente a piedi. Beh questa parte preferisco risparmiarvela. Ci rivediamo a valle. Ciao a tutti :)ps: se avete qualche domanda, curiosità o altro , potete scrivermi in privato o nei commenti e sarò felice di rispondere.. Vi lascio con le foto dalla terrazza e di Orfeo che "ingoia" la mela..
Aggiornamento : ho postato il video su YouTube, potete vederlo qui, ciao ciao ..
velocità è una delle fortune della visita di oggi: infatti non appena ci avviciniamo ad una mangiatoia al termine del percorso, le guide le riempiono di fieno, e in men che non si dica ci raggiungono 5 o 6 esemplari. Alcuni sono decisamente piccoli, anche se hanno già tra i 2 e i 3 anni. Non esistono infatti esemplari più giovani in quanto l'unico esemplare maschio è deceduto da 1 anno, e di conseguenza addio nuove nascite. La cosa potrebbe inizialmente sembrare triste, ma per i camosci di sesso femminile è estremamente salutare nonché motivo di maggiore socialità con altri esemplari. Infatti non dovendo allattare ne prendersi cura dei piccoli trascorrono l'inverno con molta più tranquillità. La guida , nonché gestore ci spiega che non prenderà un nuovo maschio privandolo della libertà, ma che volentieri ne accoglierà uno malato o ferito e quindi non reintegrabile in natura. Lo trovo molto onesto e ammirevole. Sono attraversato da mille pensieri, affascinato da questo mondo che mi era completamente sconosciuto. Mentre scatto le ultime foto ripenso alle indecisioni del giorno prima e basta poco per convincermi che ho fatto un'ottima scelta. I camosci sono davanti a me, posano per le mie foto come se qualcuno li avesse addestrati a farlo, ogni tanto si spaventano ma tornano rapidamente in posizione. Metto a fuoco, scatto, e cosi per almeno 5 minuti. So che l'opportunità è unica e non voglio lasciarmela sfuggire. Mi piace pensare che a loro piaccia essere immortalati ma so bene che se non fossi dietro la mangiatoia probabilmente ne vedrei uno solo con il binocolo. Ultima foto, adesso bisogna andare. La guida ci indica l'uscita, e ci chiede di gridare "ciao " tutti insieme. Classico conto alla rovescia e CIAO.. I camosci scappano a gran velocità risalendo il crinale che poco prima avevano disceso in pochi secondi. La vista non coglie più nulla, l'udito pochi dettagli lontani e sommessi. Il bosco ora è meno speciale, meno magico ma so bene quale spettacolo può riservare ai suoi ammiratori. Vado via con un carico di emozioni che pesa più dello zaino, ma trasmette leggerezza e tranquillità. Vado via promettendo a me stesso di ritornare in estate per rimmergermi in questo oceano di meraviglie. Consiglio a tutti questa esperienza, bambini, ragazzi, adulti , insomma chiunque può farlo. Inoltre il dott. Bernardo e Lorenzo sono un valore aggiunto all'Osservatorio in quanto disponibili, preparatissimi ma soprattutto veri appassionati e amanti di ciò che fanno. A loro va un grande applauso, e tanti grazie. Questo osservatorio deve essere un esempio per qualsiasi struttura che ospita animali, rispetto, cura e assenza di atteggiamenti stereotipati azzerano le perplessità anche del più critico. Qui gli animali stanno davvero bene. Mi sento di darvi un consiglio: in questo periodo (dicembre) indumenti invernali decisamente pesanti, guanti cappello e soprattutto scarpe adatte. Il percorso non è molto complicato ma come detto in precedenza , ha qualche insidia. Consiglio scarpe da trekking piuttosto alte ma essendone io per primo sprovvisto ho indossato degli stivaletti non particolarmente rigidi ma comodi e con un bel carrarmato ma in alternativa delle comode scarpe da ginnastica comunque alte penso vadano bene. Chiusi i cancelli dell'Osservatorio mi aspetta il ritorno alla civiltà , ma non prima di aver disceso la montagna , precedentemente percorsa in seggiovia , ora rigorosamente a piedi. Beh questa parte preferisco risparmiarvela. Ci rivediamo a valle. Ciao a tutti :)ps: se avete qualche domanda, curiosità o altro , potete scrivermi in privato o nei commenti e sarò felice di rispondere.. Vi lascio con le foto dalla terrazza e di Orfeo che "ingoia" la mela..
Aggiornamento : ho postato il video su YouTube, potete vederlo qui, ciao ciao ..
lunedì 7 dicembre 2015
Aprica, prime impressioni e pronostici sfatati
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| Aprica vista dall'alto (©ErmannoCeccherini) |
Ciao a tutti, oggi vorrei parlarvi della località che ho scelto per trascorrere il ponte dell'Immacolata(sempre se così posso definirlo). Solo qualche giorno fa ero a Pavia, impegnato nella ricerca di un posto possibilmente in montagna e che fosse una via di mezzo tra il rilassante e l'affascinante. Dopo la classica ricerca sui siti più blasonati, e dopo aver definito un budget piuttosto contenuto (sono uno studente universitario quindi meno spendo meglio è :) ), ho trovato quella che a mio avviso si presentava come la scelta più interessante in relazione alle mie richieste: Aprica. Per chi non conoscesse Aprica (io non la conoscevo prima di qualche giorno fa), si tratta di un paesino in provincia di Sondrio sulle Alpi Orobie. Come spesso mi piace fare sono partito ,in dolce compagnia e dopo aver prenotato l'albergo, ma completamente sprovvisto di qualsiasi informazione. Al costo di sembrare uno sprovveduto, preferisco sempre avere poche informazioni sui posti che visiterò al fine di scoprire piano piano tutto o quasi tutto quello che la località stessa ha da offrire. Una volta raggiunta Aprica ci siamo sistemati all'Hotel Derby, a due passi dall'impianto di risalita del Palabione. Non conoscendo Aprica ignoravo che quest'ultima è meta non solo di semplici turisti come il sottoscritto ma anche di sciatore ed escursionisti che la scelgono per la varietà che i suoi paesaggi possono offrire. Naturalmente c'è una sola pista innevata al momento, ma è quel tanto che basta per soddisfare chi ha voglia di sciare. Infatti è molto frequente vedere per strada delle persone o delle famiglia in tenuta da sci pronte a prendere la seggiovia dell'impianto di risalita che di li a poco li condurrà alla pista. Non essendo sciatore, rinuncio quasi subito alla tentazione di salire sulla vetta del "monte innevato" che ho di fronte, che sicuramente mi avrebbe regalato un panorama unico della vallata sottostante. Ma è una rinuncia solo momentanea perché so bene che nei prossimi giorni la tentazione sarà troppa per desistere nuovamente. Così decido di trascorrere il mio pomeriggio a curiosare per le strade del paesino, che mi stupisce immediatamente perché seppur piccolo presenta ogni tipo di attività immaginabile. Spa, ristoranti, bar, cinema, supermercati, e altro ancora sono facilissimi da raggiungere, segno che nonostante i pochi abitanti, qui il turismo fa da padrone e le attività crescono di conseguenza. Da un paese di montagna mi aspettavo un clima decisamente più freddo ma i miei sensi mi suggeriscono il contrario. Sto però dimenticando il fattore sole, che gioca un ruolo importantissimo, e non appena si nasconde dietro i monti rivela il lato freddo di Aprica, che però contribuisce a creare un ambiente suggestivo e ovattato, che pochi posti possono vantare. Decido di curiosare ancora un po, sono affascinato dallo stile delle case, tutte in legno e tipicamente "alpine", la sensazione predominante è che tutto sia esattamente dove dovrebbe essere. non una carta fuori posto, non un'aiuola abbandonata a se stessa. Passeggiando per la strada principale mi imbatto in una fontana con la base completamente ghiacciata, che sembra quasi volermi ricordare quanto adesso la temperatura stia scendendo. Decido allora, complice anche una fastidiosa influenza, di rintanarmi in un bar per bere un the caldo. E proprio questa scelta si rivela piuttosto azzeccata in quanto sento delle persone parlare di un Osservatorio Eco Faunistico proprio qui ad Aprica. Decido di volerne sapere un po di più, inizio a cercare online maggiori informazioni, vorrei visitarlo ma non vorrei dar modo alla mia influenza di approfittare di questa mia decisione, e quindi preferirei organizzare la gita tra un paio di giorni. Non riuscendo però online ad organizzare il tutto nel modo migliore, spinto dai consigli del barista, decido di affrontare il freddo e di prolungare la mia passeggiata fino ad un centro informazioni. Una volta entrato, una signora molto gentile mi accoglie pronta a soddisfare le mie curiosità sull'Osservatorio, ma il mio entusiasmo precipita quando mi dice che alle 8.45 dell'indomani mattina sarebbe partita l'ultima visita guidata. Una delle maggiori attrazioni dell'Osservatorio è un orso che a breve andrà in letargo quindi le visite si interrompono in questo periodo invernale. Da un lato mi ritengo sfortunato perché su due piedi dovrei rinunciare, ma dall'altro lato sono contento che l'orso sia ancora "sveglio" e l'Osservatorio ancora aperto. Decido quindi di invertire il pronostico del giorno dopo che mi vedeva a riposo a rimpiangere questa possibilità quasi unica, e senza perdere troppo tempo mi aggiungo alla lista dei visitatori. Alla faccia dell'influenza. Domani sarò li armato di macchina fotografica e medicine, e anche se porterò con me decine di fazzoletti, so in cuor mio che ne vale la pena. Ermanno batte influenza 1-0.
Ho già postato in un altro post una minima parte delle foto dell'Osservatorio. Presto scriverò un post specifico così da descrivere un po meglio questa esperienza. Alla prossima .. Ciao :)
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